Il pacco da giù

Nella classifica delle istituzioni più amate dagli italiani, il pacco da giù si attesta nelle prime posizioni subito dopo il Papa e l’Arma dei Carabinieri.

Molti lo paragonano ad una divinità, per altri è semplicemente il motivo per cui vale la pena vivere al nord.

Per i filosofi greci, il “paccodagiù” (inizialmente si scriveva tutto attaccato e si legge paccodatgiaeau) rappresenta il cordone ombelicale che ogni terrone fatica a recidere con la propria terra.

È lo scrigno dei ricordi e delle speranze, della malinconia e del riscatto.

Un luogo dell’anima che riporta a galla immagini e profumi lontani.

Nella composizione, ogni famiglia ha il suo approccio. C’è chi lavora sulla quantità e chi sulla qualità.

Chi investe in beni di lusso: l’olio del frantoio amico, la salsa e la marmellata fatta in casa e chi invece lo struttura nella convinzione di inviarlo in luoghi remoti e inospitali.

In questo caso il pacco ha le dimensioni di un container e può contenere dalla pasta al pesce fresco, dai frutti di stagione ai pezzi di ricambio dell’auto.

Le più estreme spediscono anche bombole d’ossigeno, medicinali e razzi e segnali di soccorso.

In tutti i casi, si tratta di un rituale che unisce tante persone. Dal panettiere che incarta i tarallini all’olio, al papà che porta il pacco in posta. Dall’autista che lo custodisce lungo il viaggio come se fosse un figlio, al fattorino che lo porta a destinazione. Una processione che culmina con l’apertura e la scoperta da parte di chi lo riceve.

Un momento che è difficile spiegare a parole che non è riassumibile nemmeno con una fotografia.

Una cosa bella di cui abbiamo tanto bisogno sopratutto in momenti come questo.

Esempio di paccodagiù

Telefonate

Piccoli stratagemmi per sopravvivere ai call-center

#1

“Salve, la chiamo per conto di TelefonLine2000. Posso parlare con chi si occupa delle bollette in casa?”

“Guardi, purtroppo in questo momento non è in casa mi dispiace”

“Sa quando rientra?”

“In tarda serata”

“Riesce a darmi un’orario?”

“Tra le tre e le quattro del mattino”

“Lei è un parente? Posso parlare con lei?”

“No, sono il baby sitter dei figli”

“Ah, allora posso parlare con uno di lor…”

“La fermo, sono tutti nati tra ieri notte e stamattina.”

“Ah, peccato…”

#2

“Salve signore, la chiamo per conto di Television3d. Conosce la nostra realtà?”

“Purtroppo no.”

“Posso chiederle come mai?”

“Sono tornato ieri sera in Italia dopo una spedizione spaziale di 10 anni.”

#3

“Pronto sono Francesco di TelTvRadio Italia. Posso parlare con qualcuno in casa?”
“Purtroppo no.”
“Come mai?”
“Sono tutti muti”
“Ah mi dispiace. Posso parlare con lei?”
“Purtroppo no.”
“Come mai?”
“Sono sordo”
“Ah scusi. Arrivederci”

“Si figuri, arrivederci!”

Cose così

Ci sono dei giorni in cui io sono così felice che poi se ci penso mi sento un po’ in colpa per questa felicità e allora faccio finta che sia successo qualcosa di brutto per ristabilire il mio umore e sentirmi di nuovo in equilibrio con il mondo.

Che se uno si ferma a riflettere su questo rituale scaramantico mi potrebbe dire che sono un po’ scemo a fare una cosa del genere.

E hai ragione, gli direi.

Però ora scusami, mi allontano un attimo che devo essere triste un pochino, gli direi.

Mai fare la spesa a stomaco vuoto, mai!

Prima regola del fight Conad: “Mai fare la spesa a stomaco vuoto”

Seconda regola del fight Conad: “Cerca di ricordare le regole del fight Conad prima di pagare la spesa”

Eppure, alla fine, la scena che si ripete è sempre la stessa: io che mi fiondo nel supermercato con gli occhi fuori dalle orbite pronto a mangiarmi anche la cassiera.

La prima tappa è il reparto patatine. Sono Attila “il re degli Unni”. Saccheggio letteralmente un’intera area del supermercato lasciando agli altri clienti solo le pastiglie per la lavastoviglie. Il carrello è un pozzo senza fondo capace di raccogliere centinaia di chili di snack dolci e salati.

Ogni accostamento diventa possibile, le gommose si sposano perfettamente con i tarallini piccanti, la maionese è il collante della vita: sta bene con il salame e con lo yogurt. La nutella è il passpartout verso il paradiso.
I primi cinque minuti di spesa sono l’apoteosi del caos.

Per trasportare tutta la merce mi muovo tra le corsie del supermercato con un autotreno. I primi due container contengono duecento varietà di salatini e salumi, i restanti l’intera filiera delle merendine prodotte in Europa negli ultimi 5 anni. Dopo otto minuti sono al reparto bibite gassate.

Al minuto dodici sono già alla cassa.
“Sono settemila cinquecento euro”
“Pago col bancomat, faccia presto”
Imbusto tutto, esco dal supermercato e mentre mi dirigo verso l’uscita apro il primo pacco di patatine che mi capita sotto tiro bevendolo come se fosse un cicchetto di sambuca.
Ed è esattamente in questo momento, in cui la fame si placa, che mi rendo conto di esserci cascato di nuovo.
Non è mai una bella sensazione.

Lista provvisoria di cose che non capisco

– Quelli che chiedono la ricevuta dopo aver prelevato al bancomat;

– Quelli che chiedono la ricevuta dopo aver prelevato al bancomat e la lasciano attaccata;

– Quelli che chiedono la ricevuta dopo aver prelevato al bancomat, verificano che effettivamente hanno prelevato 120 euro, contano i soldi un paio di volte per essere sicuri, controllano nuovamente la ricevuta e poi la buttano nel cestino.

Covid-19 e Passaporti

“Finché non succede a te non puoi capire come ci si sente.” Reciterebbe un biglietto dei Baci Perugina.

Fino a febbraio, il passaporto degli Stati Uniti era considerato uno dei più potenti al mondo. I possessori di quel libretto blu potevano entrare in 171 paesi senza aver bisogno di un visto. Oggi, a distanza di 7 mesi dallo scoppio della pandemia da Covid, il passaporto americano è sceso di 17 posizioni nel ranking stilato da Passport Index, avendo un “valore” inferiore a quello di paesi come la Serbia, l’Albania e la Moldova. Oggi, il numero di paesi visitabili per un cittadino statunitense si è ridotto ad 89.

La Pandemia ha reso palese agli americani ma anche a noi paesi occidentali uno dei tanti privilegi di cui godiamo inconsapevolmente: il diritto a muoverci liberamente senza grandi sforzi.

“Come ci si sente quando si sa di non avere la possibilità di rivedere un amico o un parente perchè non si ha il permesso per entrare in quel determinato paese? Com’è la vita di una persona che sogna di visitare una città ma non può farlo perchè è nato nel posto sbagliato?”  sono alcune delle domande che mi sono fatto in questi mesi paragonando il mio passaporto al passaporto della maggioranza della popolazione mondiale che invece vive quotidianamente questa limitazione a prescindere dal Covid-19.

“Finchè non succede a te non puoi capire come ci si sente” mi ha risposto un biglietto dei Baci Perugina

Un film già visto

Genitori e figli intenti a chiarire le differenze tra attività motoria e sportiva.

Nonne e nipoti si aggiornano sulle malattie e i successi amorosi usando nuove tecnlogie.

Anziani parlano di movida in fila ai supermercati mentre giovani coppie conviventi passeggiano mano nella mano senza baciarsi.

Sullo sfondo, cani sfiniti portano a passeggio padroni che confondono mascherine con le museruole. I gatti si muovono liberamente come se non fosse mai successo niente.

Le industrie hanno ripreso la produzione del lievito di birra. Quintali di pizza vengono impastati e mangiati.

I balconi e le chat si riempiono di urla e di grida. I vip obbligati a prendere una posizione.

Ed io già vedo centinaia di droni spiccare il volo per rincorrere runner pronti a schivare giovani che bevono cocktails lungo le strade delle città.

8 Validi motivi per scaricare Immuni

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Accoglienza e ospitalità in Puglia

La cosa bella di tornare a casa è che c’è sempre qualcuno che ti aspetta. Un amico, un parente o una fetta di capocollo saranno sempre pronti a riabbracciarti.

L’ospitalità e l’accoglienza in Puglia sono una cosa sacra.

Un pranzo con meno di otto portate è sinonimo di maleducazione, l’aperitivo è sempre una cena mascherata, gli antipasti sono il primo vero antenato dell’all you can eat giapponese.

Se l’ospite torna a casa sulle sue gambe vuol dire che non ci tenevi abbastanza.

L’ospite è una divinità, per celebrarlo bisogna immergerlo completamente nell’olio extra vergine d’oliva insieme alle focacce ai panzerotti e alle sedie di plastica che qualche secondo prima erano nella veranda.

In Puglia l’ospitalità è una liturgia, alcuni la chiamano sequestro di persona ma per noi vuol dire prendersi cura dell’altro dal momento in cui mette piede in regione all’attimo in cui farà la sua prima lavanda gastrica.

Da noi, quando uno straniero entra in casa deve essere accolto con l’entusiasmo di Albano Carrisi e deve essere salutato con il dolore e le lacrime di Nonno Libero, interpretato dall’immortale Lino Banfi.

E poi basta, direi che ho detto tutto.

“Se ti è rimasta fame, nel frigo c’è la lasagna di ieri e le polpette nel sugo”

Io e la mia bolla social stiamo bene insieme

Stando alle mie ultime rilevazioni sui social, il No era dato all’80% e De Luca aveva già conquistato la Campania, l’Umbria e l’isola di Ponza.

Zaia era in vantaggio in Veneto ma il partito progressista ecologista del futuro si stava imponendo nell’agone politico regionale, cambiando per sempre gli scenari del Nord-Est italiano.

Nei giorni antecedenti al voto, ci si ritrova su Twitter e Facebook, ci si riconosce con uno scambio di sguardi e di like: l’entusiasmo cresce esponenzialmente.

“Alla fine cosa voti al referendum?”

“No, che domande!”

“Anche io! Siamo in 2”

“Ehy, tu!”

“Dici a me?”

“Si, cosa voti al referendum?”

“No, voi?”

“Anche noi no!”

“Ragazzi, io lo dico: se va avanti cosi, si mette veramente molto male per il si!”

Si condividono riflessioni, analisi, punti di vista.

Ti senti un po’ come quando è inverno, fuori diluvia e tu sei in casa al sicuro, riscaldato dalla tua coperta di pile e dalla tua tisana alla melissa e liquirizia. Sei sereno, hai il tuo ultimo libro da leggere, la luce calda a risparmio energetico e i tuoi amici su Twitter che ti coccolano con dolci pacche sulle spalle.

Poi arriva il giorno delle elezioni, ritrovi la tessera elettorale, voti e aspetti in trepidante attesa l’esito.  

E quando Mentana inizia a leggere i dati dei primi exit-poll e le prime proiezioni succede l’imprevedibile.  Sei frastornato e deluso. Ti senti perso, i tuoi punti di riferimento sono caduti, cerchi qualcuno con cui confrontarti e allora decidi di andare sui social per chiedere aiuto, conferme, riflessioni.

“Ma state vedendo Mentana?”

“Eh…guarda lascia stare.”

“Il si è dato al 70%”

“Non me lo so spiegare, è una cosa assurda”

“Non me lo dire, è veramente una cosa assurda”

Si gioisce e si soffre insieme, proprio come uno spogliatoio.

Una grande massa simbiotica che si muove all’unisono seguendo una grande danza. Gli altri fuori, tu dentro al calduccio.

Prometto che è l’ultima volta che ci casco, però è così bello, in fondo io e la mia bolla social stiamo bene insieme.